Un caffè al 90′

​La sconfitta in casa contro il Como bruciava ancora come una ferita aperta sul sale. Nelle strade di Napoli non si parlava d’altro: il tifoso partenopeo, si sa, passa dall’estasi alla rassegnazione in un amen, e quella batosta al Maradona aveva gettato un’ombra di pesante scetticismo sulla trasferta di San Siro contro l’Inter.

Andare a casa dei campioni in carica con la difesa incerta e le idee ancora confuse non faceva dormire sonni tranquilli a nessuno.

Al bar, l’afa di fine estate aveva finalmente concesso una piccola tregua, sostituita da quell’aria di settembre che comincia a rinfrescare le serate ma non placava certo la febbre del pallone.

​Don Pasquale era già al suo posto d’ordinanza. Questa volta niente fazzoletto al collo: indossava una camicia di lino ben stirata, la solita coppola calata sugli occhi e la montatura da vista ben salda sul naso. Davanti a sé, oltre al fidato taccuino a quadretti, c’era un piattino con mezza sfogliatella riccia.

​Gianni fa il suo ingresso nel locale visibilmente tirato. Niente cuffie stasera, ma lo smartphone stretto tra le dita come fosse un amuleto.

Aveva appena finito il suo turno di lavoro al supermercato ed era corso al bar senza manco passare da casa per cambiarsi.

​«Don Pasquà… buonasera. Ditemi la verità, stasera quante ce ne prendiamo?» esordisce Gianni, lasciandosi cadere sulla sedia con un sospiro pesante che fa vibrare la tazzina vuota.

L’anziano tifoso alza lo sguardo con calma, posa la forchettina e pulisce i baffi con il tovagliolino di carta.

«E qua sta il problema di voi giovani. Vi addormentate con la tragedia e vi svegliate con il funerale. La sconfitta col Como è stata una mazzata, ‘o saccio buono, ma stasera si gioca a Milano. ‘A palla è rotonda, guaglió.»

​«Sì, ma Don Pasquà, l’Inter a San Siro sarà agguerrita!» ribatte Gianni, sbloccando lo schermo per mostrare le formazioni ufficiali.

«Guardate qua la difesa nostra come si deve schierare…»

Don Pasquale gli allunga una pacca affettuosa ma decisa sul braccio, facendogli quasi cadere il telefono sul tavolo.

«E basta cu stu cos!»
​Il caffè fumante arriva al tavolo. I due sorseggiano in silenzio mentre sul televisore del bar scacciano i primi minuti di Inter-Napoli.

Per gran parte della partita, il campo sembra dare ragione alla speranza: il Napoli regge con ordine, passa persino in vantaggio prima con Politano e poi con una giocata d’astuzia di Hojlund e accarezza il grande colpo esterno. Poi il crollo.

L’Inter alza i ritmi, pareggia e poi travolge azzurri nel finale chiudendo sul 3-2.

Al triplice fischio, Gianni crolla sul tavolino mettendo le braccia avanti.

«Non ci posso credere… ci avevamo creduto! Ci siamo illusi per ottanta minuti e poi il buio totale!»

Don Pasquale chiude lentamente la penna a sfera con un clic secco, scuotendo la testa ma senza scomcomporsi.

​«L’illusione nel calcio è la trappola più grande, Gianni. Se ti abbassi troppo contro queste squadre, prima o poi la crepa si apre.»

Gianni si tira su, passandosi le mani sul viso: «E sul vostro taccuino stasera chi salviamo? C’è qualcosa da salvare?»

​«Tra i Top metto senza dubbio Hojlund che insieme al capitano Di Lorenzo confezionano un goal da scugnizzi napoletani e un lavoro di sacrificio enorme per tutta la squadra. Insieme a lui, il coraggio di Spinazzola, che sulla fascia ha spinto finché ne aveva.»

​«E la nota dolente dei Flop?»​«Tra i Flop c’è la tenuta mentale del finale: andare in vantaggio, poi pareggiare e infine il goal sconfitta ha fatto spegnere totalmente luce all’improvviso, e a questi livelli non te lo puoi permettere. E fuori dal campo, il Flop va alla fretta di giudicare di chi già vuole buttare a mare tutto il progetto: le squadre si costruiscono con le mazzate, no con le passeggiate.»

Don Pasquale prende il dosatore dello zucchero, guarda Gianni negli occhi e lo sposta di nuovo lontano, lasciando la tazzina nera e pura.

​«Oggi niente zucchero. Il caffè va bevuto amaro, stretto e senza scuse. Brucia ‘a gola, fa salire la bile, ma ti ricorda che per godere di quelle dolci, certe amarezze te le devi succhiare tutte.

Mandiamo giù ‘sto boccone amaro, laviamoci la faccia e pensiamo alla prossima.»

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