La luce tiepida di un sabato di metà autunno filtrava attraverso le vetrate del bar, disegnando lunghe strisce dorate sul pavimento di marmo consunto. Mancavano poche ore al fischio d’inizio della partita contro il Venezia.
Fuori, il quartiere scorreva con il ritmo calmo del fine settimana, quello classico napoletano, dove a volte non occorre fare per forza grandi cose, ma basta semplicemente passeggiare, godersi dei piccoli piaceri della vita e stare in famiglia. Perché in fondo alla fine, la bellezza sta tutto qui.
Dentro il bar, nell’angolo più riparato dal passeggio continuo dei clienti, Don Pasquale era già insediato al suo solito tavolo, con la coppola di panno scuro riposava accanto alla zuccheriera.
Il vecchio teneva gli occhiali da lettura posati sul ponte del naso e sfogliava con gesti lenti e solenni le pagine a quadretti del suo taccuino, tracciando qualche appunto a margine con una penna a sfera dal cappuccio consumato.
Gianni varcò la soglia, guardandosi subito intorno finché il suo sguardo non incrociò quello del vecchio, non era più il ragazzo iperattivo e distratto delle prime puntate: sul volto manteneva la stessa passione accesa, ma i suoi movimenti raccontavano una maturità nuova, una calma consapevole guadagnata settimana dopo settimana.
«Don Pasquà buon pomeriggio!» disse Gianni avvicinandosi e sfilandosi la giacca prima di accomodarsi. «Oggi giocare alle tre fa un certo effetto, sembra quasi un ritorno alle origini.»
Don Pasquale alzò lentamente gli occhi dal taccuino, facendoli scivolare sopra le lenti con un’aria d’intensa indagine. Picchiettò tre volte le nocche delle dita sul tavolo di legno.
«Accomodati, guagliò. E fatti servire un bicchiere d’acqua prima del caffè,» esordì il vecchio con tono fermo ma intriso di un affetto paterno.
Poi fece una breve pausa, fissando il ragazzo negli occhi.
«Piuttosto… vedo che oggi ti sei ricordato la strada per venire qua. Martedì sera ho guardato verso quella porta per tutti i 90′ della Champions League contro il Villarreal, e di te manco l’ombra. Si può sapere dove ti eri cacciato?»
Gianni si incassò leggermente nelle spalle, incrociando le mani sul tavolo con un pizzico di imbarazzo.
«Avete ragione, Don Pasquà… vi chiedo scusa,» ammise Gianni sottovoce, posando lo smartphone capovolto sul tavolo senza neanche sfiorarlo.
«Martedì ho dovuto saltare. Avevo promesso alla mia ragazza che sarei andato a cena da lei e dalla sua famiglia per festeggiare il compleanno di sua madre.
Ho provato per un attimo a pensare di mettere la partita in sottofondo sul telefono, ma poi ho capito che sarebbe stato irrispettoso verso di loro e verso di lei. E così ho spento tutto e mi sono visto le sintesi solo a tarda notte quando sono tornato a casa.»
Don Pasquale lo osservò in silenzio per qualche secondo, mentre le pieghe della fronte si distendevano.
Un sorriso caldo e colmo di approvazione comparve sotto i folti baffi brizzolati.
«Hai fatto la cosa sacrosanta, Gianni,» disse il vecchio, abbassando la voce con dolcezza.
«’O pallone è ‘na passione grande, ci fa fa ‘o sangue amaro e ci regala giornate bellissime, ma il rispetto per la famiglia e per la persona che ti sta accanto viene prima di ogni 90’. ‘O Napoli sta sempre qua, dint’ ‘ o core , non scappa. Ma certi treni con le persone che ami, se li perdi per una partita, poi non li riprendi più.
Ti stai facendo uomo, guagliò, e questo mi fa più piacere di un goal all’ultimo minuto.»
Gianni sorrise, visibilmente sollevato da quelle parole. «Grazie, Don Pasquà. Però che rabbia per quella sconfitta con il Villarreal! Ho visto che abbiamo sofferto tantissimo in mezzo al campo e siamo stati troppo leziosi davanti alla porta. Un 3-1 che lascia un sapore amaro, specialmente in coppa dove le disattenzioni le paghi a caro prezzo.»
«Eh, ‘a Champions non perdona,» sospirò Don Pasquale, scuotendo la testa e riprendendo la penna tra le dita.
«Lì se ti deconcentri un attimo o pensi di gestire la partita con la puzza sotto al naso, gli avversari ti palleggiano in faccia e ti puniscono. Ma ormai è passata. Adesso dobbiamo solo pensare a vincere.»
Ma la partita contro il Venezia, anziché regalare la gioia del riscatto, si trasforma in una disfatta amara e umiliante.
Fin dai primi minuti si assiste a uno spettacolo indegno: un Napoli svuotato, senza anima né dignità, dominato in lungo e in largo da un Venezia aggressivo e affamato.
La squadra appare sfilacciata, priva di idee e di carattere, incapace di imbastire una reazione decente. Il punteggio finale punisce duramente gli azzurri, ma ciò che fa più male è l’atteggiamento: una prestazione rinunciataria che ferisce il cuore dei tifosi e scatena la rabbia sdegnata dello stadio e del bar, con un urlo condiviso da tutti: andate a lavorare!
Don Pasquale fissa lo schermo ormai spento, scuotendo la testa in segno di profonda amarezza prima di riaprire il taccuino con gesto severo.
«Don Pasquà… non ci sono parole,» sussurra Gianni deluso, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Una prestazione che fa male al cuore.»
«E infatti stasera i voti si tracciano col veleno,» risponde il vecchio affondando la penna sul foglio.
Don Pasquale appoggiò la penna al centro del taccuino, si sfila gli occhiali da lettura e li pulì con un lembo del fazzoletto di stoffa che teneva nella tasca del cappotto. Guarda il ragazzo di fronte a lui, che finalmente aveva disteso le spalle e accennava un sorriso rilassato.
«Tra i Top, Don Pasquà? Stasera si salva qualcuno?»
«Nei Top non posso che mettere i tifosi che hanno seguito la squadra fin lassù, unici a meritare rispetto per una passione immensa calpestata in questo modo.»
«E nei Flop?»
«I Flop stasera sono una lista della vergogna,» continua Don Pasquale tracciando un grosso segno rosso.
«In cima ci finisce l’atteggiamento rinunciatario e svogliato di tutta la squadra: privi di grinta, di idee e di rispetto per la maglia.»
«Ma dimmi una cosa, archiviamo un attimo la questione campionato. Lasettimana scorsa ti avevo dato un consiglio preciso.
L’hai portata poi la tua ragazza a Posillipo a guardare il Golfo di sera?»
Gianni arrossì d’impatto, portandosi una mano dietro la nuca prima di incrociare lo sguardo caloroso del vecchio.
«Don Pasquà… non ve ne scordate mai una, eh?» sorrise il ragazzo, lasciando sfuggire una risata timida.
«Comunque sì, ci sono andato. Venerdì sera, appena ho staccato dal lavoro. L’ho presa in macchina senza dirle dove andavamo e ho guidato salendo su per i tornanti mentre la città sotto di noi iniziava ad accendersi. Quando ci siamo fermati al belvedere di Posillipo, è rimasta a bocca aperta.
C’era quel venticello fresco d’autunno che portava fin lassù il profumo della salsedine del mare.
La luna si specchiava sul Golfo come una lama d’argento e tutta Napoli si stendeva sotto ai nostri occhi: una distesa infinita di lucine dorate, dal molo Beverello fino alla sagoma scura e maestosa del Vesuvio che sembrava vegliare sul silenzio della notte.
Non c’era quasi nessuno intorno, solo noi due, con la città ai nostri piedi che sembrava un presepe aperto. Lei si è stretta nel suo cappotto chiaro, col vento che le muoveva i capelli sulle spalle, e io l’ho guardata di traverso mentre osservava incantata quel panorama.»
«E cos’è successo?» incalzò Don Pasquale con un sorriso quasi paterno sotto i baffi, godendosi la scena.
«Le ho detto esattamente quello che mi avevate suggerito voi,» ammise Gianni sottovoce, con gli occhi che gli brillavano.
«Le ho detto che le luci di Posillipo erano belle, ma che gli occhi suoi quando mi guardava brillavano molto di più. Don Pasquà… è rimasta in silenzio per cinque secondi a fissarmi, poi mi ha abbracciato fortissimo e mi ha dato un bacio che non me lo scordo più.
Avevate ragione voi: le femmine vogliono il cuore, mica il biglietto dello stadio. Mi ha detto che con me si sente protetta come non le era mai successo prima.»
Don Pasquale lasciò andare un lungo e profondo sospiro di soddisfazione, battendo il palmo della mano sul tavolo. «Vedi? Sient al vecchio Pasquale!
La saggezza non si compra al supermercato, guagliò. ‘E cose belle si fanno con la calma e con la poesia.
E io son contento per te, perché un uomo che ama e si sente amato gioca sempre meglio la sua partita quotidiana.»
«E voi?» azzardò Gianni con delicatezza, guardando la coppola adagiata sulla sedia. «A voi non manca mai qualcuno con cui condividere ‘sti momenti la sera?»
Il vecchio rimase in silenzio per qualche istante, lo sguardo che per un attimo vagò verso la vetrata del bar dove la luce del pomeriggio cominciava a calare. Un velo di dolce nostalgia gli attraversò il volto.
«Concetta mia sta sempre qua,» disse portandosi una mano al petto, sopra il taschino interno della giacca.
«Ogni volta che vedo un giovane come te che impara ad amare con rispetto, mi sembra di rivivere i miei vent’anni.
Quando torno a casa la sera e trovo il silenzio, sapete cosa faccio? Mi metto vicino alla finestra, mi bevo una tazza di camomilla e ringrazio il Signore per il tempo che mi ha regalato con lei.
La solitudine fa paura solo se non hai ricordi belli da custodire. E io, grazie a Dio, ne ho la casa piena.»
Gianni lo guardò con profonda ammirazione, colpito dalla serenità disarmante di quell’uomo che ogni settimana gli regalava una lezione di vita senza mai salire in cattedra.
Don Pasquale sposta il dosatore dello zucchero dall’altra parte del tavolo, senza nemmeno toccarlo. Afferra la tazzina del caffè e la fa scivolare di fronte a Gianni.
«Niente zucchero. Il caffè è amaro come la pece. Certi spettacoli non si addolciscono: si mandano giù col groppo in gola per ricordarsi cosa significa soffrire per questa maglia. Bevi e taci.»
Gianni manda giù il suo sorso in un fiato solo, mentre Don Pasquale chiude il suo taccuino a quadretti, infila la penna nel taschino della giacca e dà una risistemata alla coppola.
Fuori dalla vetrata la strada continua a scorrere, ma dentro questo bar il verdetto è tratto. L’appuntamento è fissato, come sempre, al prossimo 90′.





