Si gioca alla mezza, un orario strano per il grande calcio, di quelli che ti rovinano il pranzo domenicale o ti costringono ad anticipare il primo caffè della giornata. E nonostante la vittoria rimediata nell’ultimo turno, tra le tazzine del bar serpeggia una sottile ansia: la trasferta di Firenze fa paura. La Fiorentina, da quando ha cambiato guida in panchina, sembra aver trovato la quadra perfetta, con meccanismi ben oleati e un’aggressività che spaventa i ragazzi di Allegri.
Gli occhi di tutti sono incollati al televisore appeso vicino alle bottiglie di liquore. Ma oltre alla sofferenza sul campo per 90 minuti vissuti sul filo del rasoio, tra i tavolini si respira una strana aria di attesa: la sosta per le Nazionali è ormai alle porte e per ben tre settimane non ci saranno gare di campionato a fare da punteggiatura alle domeniche.
Don Pasquale è seduto al suo solito posto nell’angolo. Ha la giacca sbottonata e tra le dita la sua solita penna a sfera, pronta a scrivere tutto quello che accadrà sul suo taccuino logorato dal tempo.
Gianni è seduto di fronte a lui. Durante la gara ha sobbalzato sulla sedia ad ogni affondo viola.
«Mamma mia, Don Pasquà… che fatica,» dice Gianni tirando un lungo sospiro di sollievo mentre l’arbitro fischia la fine sull’1-1.
«Giocare alle 12.30 è una condanna, ma contro ‘sta Fiorentina c’era poco da scherzare. Sapevo che non sarebbe stata una gara semplice.
Comunque vi ho portato un paio di babà… li ha fatti mia madre stamattina presto, appena si è svegliata. Ha detto: “Portali a Don Pasquale, che con tutto il veleno che si prende col Napoli la domenica, gli fa piacere un pensiero dolce per addolcirlo!”. Anzi, si è raccomandata pure di dirvi che la bagna al rum non è troppo forte.»
Don Pasquale alza lo sguardo commosso e accenna un sorriso caldo sotto i folti baffi. «Ringrazia ‘a mammà, guaglió. ‘A buonanima di mia moglie i babà li faceva proprio così, soffici… Mi mancano quelle domeniche dove la casa si riempiva di figli e nipoti prima di mettersi davanti alla TV. Ora la casa è troppo grande, ma per fortuna ci sta ‘sta passione che ci fa incontrare.»
Gianni annuisce, posando lo smartphone sul tavolo a schermo in giù. «Vi capisco, Don Pasquà. Oggi me la prendo comoda pure io, niente corse. Corriamo una settimana intera e per me, questo momento condiviso con voi sta diventando veramente importante. Sapete? È diventato come il pranzo della domenica in famiglia o la visita medica di controllo: un impegno fisso, una di quelle cose sacre che hai segnato in testa e che non puoi rimandare per nessuna ragione al mondo.»
Don Pasquale si sporge leggermente in avanti, gli occhi gli si ammorbidiscono dietro le lenti degli occhiali e picchietta due volte le dita nodose sul tavolo. «Guagliò… ‘e parole tue mi scaldano il cuore. Significa che il pallone serve ancora a qualcosa, se riesce a mettere a sedere due generazioni diverse allo stesso tavolino a scambiarsi idee. Ma dimmi una cosa… ora che ci sta ‘sta sosta delle Nazionali e per tre settimane non ci vediamo qua dentro, che programmi hai? Che fa il giovane per non morire di noia senza stu Napoli?»
«Ah, Don Pasquà, mi riposo un poco!» ride Gianni. «Tra lavoro, stanchezza e la mia ragazza che reclama attenzioni, me ne vado qualche giorno fuori con lei per staccare la spina prima che riparta la maratona di campionato. Così ricarico le batterie pure io!»
«Fai bene, Gianni. ‘A gioventù va vissuta e l’amore va coltivato. E poi ci tocca ‘sta sosta ‘e tre settimane… senza il Napoli a farci compagnia ci sentiremo un poco più soli qua dentro.»
«Già,» sospira Gianni girandosi verso la TV dove passano i replay della gara. «Ma stasera come la mettiamo con quello che abbiamo appena visto? L’abbiamo sofferta dall’inizio alla fine e alla fine un pareggio che non sblocca niente.»
Don Pasquale apre il taccuino e si sistema gli occhiali sul naso. «La partita l’abbiamo vista e sofferta insieme, guaglió: senza panchina non si vince. Quando gli undici titolari sono stanchi e dai cambi non entra la scossa per cambiare l’inerzia, queste gare finiscono così. Vediamo i voti.»
Gianni si sporge per spiare la pagina a quadretti.
«Tra i Top metto sempre Favasuli, peccato però che si trova in squadra cu Lucca che una mano non gli dà, anzi… ma hai visto che ha combinato chill? Cose d’altro mondo. Pure mia moglie, buonanima, che non capiva niente di calcio, avrebbe capito che quello era una cosa da brividi.»
«E tra i Flop, Don Pasquà?»
«I Flop sono evidenti,» continua il vecchio tracciando un segno rosso sul foglio. «In primis l’attacco spuntato e la mancanza di incisività dai cambi: chi è entrato nella ripresa non ha dato nulla. E poi la gestione dei ritmi, troppo prevedibile. Fuori dal campo, il Flop va a chi pensa che la rosa sia già completa così: oggi si è visto chiaramente dove bisogna intervenire.»
Don Pasquale afferra il dosatore di vetro al centro del tavolo, lo solleva e versa appena mezzo cucchiaino di zucchero nella tazzina di Gianni e poi nella sua, lasciandolo cadere a pioggia.
«Un poco ‘e dolce c’è, ma resta quel retrogusto che non ti sazia. È il caffè del “potevamo e non abbiamo fatto”. Niente veleno, ma manco una festa. Mandiamo giù e pensiamo alla prossima, anche se stavolta ci vorrà tempo per rivederci.»
Gianni manda giù il suo sorso in un fiato solo, guarda il telefono un’ultima volta per leggere gli ultimi commenti prima di bloccare lo schermo e si rassegna.
Don Pasquale chiude il suo taccuino a quadretti, infila la penna nel taschino della giacca e dà una risistemata alla coppola.
Fuori dalla vetrata la strada continua a scorrere, ma dentro questo bar il verdetto è tratto.
L’appuntamento è fissato, come sempre, al prossimo 90′.