“Un marziano a Roma” è il titolo di una piéce teatrale di Ennio Flaiano. Il cui esordio infelice fu commentato dallo scrittore con la solita verve ironica: l’insuccesso mi ha dato alla testa. Ebbene pensate se un marziano invece di atterrare una bella mattina dalle parti di Villa Borghese mettesse piede vicino allo stadio Maradona. E informandosi su come vanno le cose per la squadra di calcio locale sentisse rispondersi: con Conte allenatore l’anno scorso abbiamo vinto lo scudetto. Quest’anno siamo ad oggi secondi. Ed abbiamo anche vinto una Supercoppa.
Adesso stiamo riflettendo su chi sarà il tecnico dell’anno prossimo. Non c’è alcun dubbio che il marziano resterebbe esterrefatto. Con questa serie di risultati positivi, penserebbe l’alieno, come si fa a discutere l’allenatore? E forse ripartirebbe di corsa per il suo pianeta d’origine a bordo dell’astronave che lo ha condotto a Napoli. Capisco bene che la mia è una semplificazione. Certamente eccessiva. E che i risultati decontestualizzati non sono atti a descrivere da soli compiutamente la realtà. I risultati però hanno una loro forza innegabile: l’oggettività. La consistenza del fatto. Che è ben più sostanziosa di tutti i possibili ghirigori dialettici sul bel gioco («non è bello ciò che è bello… ma che bello che bello che bello», diceva il grande Nino Frassica), Sulle scelte comunicative. Sui metodi di preparazione atletica…
C’è però soltanto un altro aspetto che ha consistenza oggettiva pari a quella dei risultati. E sono i numeri del bilancio. Certamente stressato dai costi legati alle scelte di gestione di Antonio Conte. Secondo me è proprio questo il punto nodale intorno al quale si arrovella in questi ultimi tempi il presidente. È assolutamente indispensabile mettere in sicurezza il bilancio che appare- pur nella superficialità della mia analisi che dispone soltanto dei dati riportati sulla stampa – un po’ in sofferenza. Vuoi per la mole degli investimenti fatti nell’acquisto di nuovi calciatori.
Ma ancor più per il lievitare della spesa corrente che in ogni azienda è il cuore del bilancio. Tutto il resto è un insieme di chiacchiere che fanno parte del delirio da social. Cito, soltanto per fare un esempio, la millantata esistenza di una chat di calciatori nella quale essi si lamentano fortemente del tecnico. Ma in quale azienda le chat dei dipendenti non sono un festival di critiche, quando non di improperie, verso i vertici? La cosa quindi, ammessa che sia vera, assume una valenza fisiologica e non ha alcuna rilevanza. Ma torniamo a bomba. Gira gira tutti possono divertirsi a filosofare ma il presidente deve governare un’impresa che ha come unica fonte di reddito l’autofinanziamento. Ed è quindi comprensibile che in quest’ultimo periodo sia stato macerato dai dubbi. La soluzione probabilmente è ormai vicina. E trarrà origine da un discorso franco e chiaro con il tecnico.
Queste sono le nostre possibilità economiche. E con queste possibilità dobbiamo fare i conti. La squadra ha un impianto niente affatto disprezzabile. Tra i calciatori che rientrano dal prestito ve ne sono alcuni di qualità sui quali si potrebbe investire. Senza andare in giro a caccia di avventure. Penso, per fare un nome, a Noa Lang che tutti possono discutere sul piano caratteriale ma che nessuno può discutere sul piano tecnico. Oppure penso a Beukema che certamente ha reso al di sotto delle sue possibilità ma che sarebbe un peccato abbandonare. O a Gutierrez, molto giovane, e che ha sicuri margini di crescita. E forse addirittura a Rafa Marin… In più occorre cercare sul mercato un paio di centrocampisti solidi visto l’imminente addio di qualche protagonista delle ultime stagioni.
Certamente non è possibile rinviare ancora la scelta del tecnico. Se è uno che gioca a due a centrocampo occorre avere in rosa quattro/cinque centrocampisti. Se è uno che gioca a tre occorre averne sei/sette. Insomma come è ovvio la squadra si costruisce sulla base del modulo di gioco principale scelto dal tecnico (dico principale perché nessun bravo allenatore si organizza più con un modulo soltanto). La città, che vive un grande momento di centralità negli eventi sportivi, primo tra tutti la tanto attesa Coppa America, tutto si può permettere tranne che soffrire per l’arretramento della sua squadra di calcio.
Con la quale, e con null’altro, ha un rapporto identitario fortissimo e inossidabile. Ebbene in conclusione devo dire che sono abbastanza sereno sul futuro del Napoli. Fondamentalmente per un motivo. Mi sono chiare le grandi capacità manageriali di Aurelio De Laurentiis. Che in un ventennio rarissimamente ha sbagliato le scelte. E che quando si tratta di assumere decisioni difficili da sempre il meglio di sé. (Il Mattino)