PUNTATA 4 – «I tipi grossi come te mi piacciono, perché quando cascano fanno tanto rumore», diceva Tuco ne Il buono, il brutto, il cattivo. Di cadute rumorose ne racconta parecchie Clamoroso ai Mondiali, libro di 375 pagine, scritto da Matteo Bruschetta, con prefazione di Giuseppe Pastore. Un libro acquistabile su Amazon a questo link, dedicato a piccole nazionali che sconfissero le grandi del calcio nel palcoscenico più prestigioso.
Uno dei capitoli più avvincenti è dedicato alla partita inaugurale di Italia ’90. L’8 giugno, a San Siro, l’Argentina campione del mondo viene battuta 1-0 dal Camerun. È il giorno in cui i Leoni Indomabili irrompono nella storia del calcio, ma è anche l’inizio di un Mondiale nel quale il rapporto tra Maradona, Napoli e il resto d’Italia diventerà uno dei grandi racconti del torneo. Essere Partenopei vi racconterà la storia della sfida tra il Camerun e l’Argentina di Diego Maradona con stralci originali tratti dal libro. Per capire quel pomeriggio milanese bisogna tornare indietro di qualche mese…
All’intervallo Bilardo toglie l’acciaccato Ruggeri, un difensore, e inserisce Claudio Paul Caniggia, un attaccante. Pur in forma smagliante, “Cani” è stato escluso dall’undici titolare per motivi disciplinari, al pari di Pedro Troglio. Un paio di sere prima dell’esordio, infatti, i due giovani compagni di stanza erano stati beccati in piena notte a giocare al Nintendo. Galeotto fu Super Mario Bros. Pur amante delle regole, il Nasone fiuta che le caratteristiche di Caniggia possono mettere in difficoltà la difesa africana, fisica ma statica. Oltre a “El Pájaro”, l’uccello, l’altro suo soprannome è “El Hijo del Viento”, il figlio del vento. In gioventù, Claudio era un campioncino di atletica leggera, specialità velocità, con un record sui 100 metri di 10”70.
Il cambio dà linfa all’Albiceleste: il vivace Caniggia dà profondità e i monoliti africani dimostrano subito di soffrire la sua rapidità. Al 54’ N’Dip, già ammonito, stende il biondo dell’Atalanta; Vautrot fischia ma opta per le mezze misure, ammonendo M’Bouh per timide proteste.
Il Camerun gioca meglio di squadra, con azioni manovrate e momenti di possesso palla per respirare. Quando serve, il pallone torna indietro a N’Kono, che rilancia lungo per Omam-Biyik, imbattibile nel gioco aereo. Gli africani vincono i duelli individuali e quasi tutte le seconde palle. La differenza più evidente tra le due squadre è sul piano fisico. I due Biyik sembrano avere molle al posto dei piedi, mentre Makanaky è una scheggia imprendibile. Al 56’ François spaventa l’Argentina con un colpo di testa che termina alto.
Il fratello André, poco dopo l’ora di gioco, è invece protagonista in negativo quando ferma la corsa in contropiede di Caniggia: un fallo tattico, non duro, meritevole del giallo. Vautrot, invece, gli mostra il carton rouge. Una decisione severa, Kana-Biyik paga per tutti. In meno di un’ora infatti, Maradona ha già subito undici falli, uno ogni cinque minuti. L’arbitro francese rompe così un tabù: nessuna delle precedenti partite inaugurali aveva mai visto un rosso. Applaudito dal pubblico, il numero 2 se ne va lanciando baci verso le tribune. In dieci, il destino del Camerun sembra segnato. Nepomnjaščij corre ai ripari e sostituisce M’Fédé, autore di una partita superba ma ormai con il fiato corto, con l’operaio Thomas Libiih.
Al 67’, le divinità del football decidono di riscrivere la sceneggiatura. Makanaky è imbottigliato sulla sinistra, circondato da tre argentini, tra i quali Lorenzo, che gli rifila una pedata tanto brutale quanto inutile. La punizione laterale la calcia in area Kundé: Cyrille anticipa ancora lo stopper del Bari e la palla s’impenna a campanile. Omam-Biyik prende l’ascensore: un balzo a quota 2,96 metri, degno di un cestista dell’Olimpia Milano. “Boquita” Sensini non fa in tempo a staccare da terra e lo guarda a bocca spalancata, come davanti a un alieno. François resta sospeso per un attimo in area e incorna. Lo stupore trasforma le mani di Pumpido in pasta frolla e la palla finisce in rete. San Siro esplode come per un gol dell’Inter o del Milan. Argentina 0, Camerun 1. Impossible n’est pas camerounais.
Passano un paio di minuti e “El Doctor” si gioca il secondo cambio, inserendo Gabriel Humberto Calderón, 30enne centrocampista del Paris Saint-Germain. La tabella numerata indica il numero 17 di Sensini; «menagramo d’un menagramo», Bilardo si tocca quando Roberto Néstor gli passa di fianco. Esaltati dal gol, i camerunesi non speculano e si fanno apprezzare per giocate estemporanee e individuali. Al 72’ Omam-Biyik, in trance agonistica, tiene da solo in scacco la difesa ma, stanco, calcia quasi in fallo laterale. Un minuto dopo M’Bouh fa la foca: un, deux, trois palleggi di testa. San Siro scoppia in un boato, poco importa che l’otaria camerunese si porti il pallone in fallo laterale. A una manciata di minuti dalla fine, Nepomnjaščij toglie il funambolo Makanaky, tra i migliori, ma non getta nella mischia un difensore: sceglie l’attaccante Roger Milla, con lo scopo di tenere il pallone lontano dall’area.
Il nervosismo gioca un brutto scherzo ai campioni in carica che, sempre più frustrati, non riescono a creare pericoli e raramente completano tre passaggi di fila. Della loro presunta superiorità tecnica non si vede traccia, specie a centrocampo, dove Batista e Basualdo offrono scarsa qualità. Lorenzo si permette persino il lusso di sbagliare una rimessa laterale e, a Bari, finalmente lo riconoscono. La conferma definitiva che non è giornata arriva quando Maradona — tu quoque, Diego — si trascina maldestramente il pallone fuori come un Fabbri qualsiasi, tra gli sberleffi di San Siro. L’unico argentino che accende un diavolo in se è Caniggia. All’84’ Claudio scappa sulla destra e mette un cross teso sul primo palo, ma Balbo incorna male.
Duri, puri e naïf, i camerunesi non speculano. Invece di difendere col blocco basso, all’89’ ripartono riversando ben cinque uomini nell’area avversaria. Una pazzia, considerando le doti da contropiedista di Caniggia. “El Hijo del Viento” ruba palla davanti alla propria area e fugge in campo aperto. Ottanta metri lo separano dalla porta avversaria e il prato del Meazza si trasforma in una savana, con la gazzella inseguita da tre felini famelici: Kundé, N’Dip e Massing.
Caniggia sa che dovrà correre più dei Leoni o verrà abbattuto. I Leoni sanno che dovranno correre più di Caniggia o rischieranno di subire gol. L’argentino però è troppo veloce, va braccato in gruppo. Kundé lo sfiora appena, ma viene evitato con facilità. N’Dip gli fa perdere l’equilibrio, senza però riuscire a stenderlo. Barcollante, Caniggia sa che una punizione a centrocampo servirebbe a poco e continua la sua folle corsa, capelli biondi al vento e paura di nessuno. Massing prende la rincorsa, aggiusta il mirino e… bang! Un treno in corsa investe il malcapitato “Cani”, vittima di un body check che verrebbe considerato unnecessary roughness, violenza gratuita, persino nel football americano.
Mentre Claudio si dimena a terra, inebetito, i compagni circondano l’arbitro e agitano le mani in segno di protesta. Il barbuto Batista putea Massing, lo tempesta di parole irriferibili. Burruchaga approfitta del caos per rifilare un pestone canaglia al piede scalzo del 4 verde.
Un po’ confuso, Michel Vautrot sventola prima il rosso, poi il giallo. Cambia la forma, ma non la sostanza: a missione compiuta, Benjamin Massing lascia l’arena come un gladiatore vittorioso, osannato dal pubblico. È il ventottesimo fallo commesso dal Camerun, contro i nove dell’Argentina. Raramente nella loro storia calcistica gli argentini hanno recitato la parte delle vittime, come quell’8 giugno 1990. Duri gli africani, Vautrot è invece sin troppo zelante, fischiando anche contatti leggeri e spezzettando inutilmente la partita, ridotta a poco più di cinquanta minuti di gioco effettivo.
In nove, il Camerun si difende con i denti, senza guardare in faccia nessuno: N’Dip spazza in tribuna e colpisce in faccia un bambino seduto in prima fila. Al 91’ Roger Milla parte in dribbling e libera M’Bouh, che invece di chiudere il triangolo sparacchia egoisticamente a lato, facendo infuriare il compagno. Non c’è più tempo: al triplice fischio finale, i camerunesi saltano in campo come grilli. Impossible n’est pas camerounais. Un paese di poco più di sette milioni di abitanti, con meno di diecimila giocatori tesserati e 204 società affiliate, riesce nell’impresa di sconfiggere l’Argentina bicampione del mondo. È la vittoria di un calcio fresco e vivace, esuberante e spensierato, capace di mischiare fisicità straripante a colpi di tacco e numeri fini a sé stessi.
È pure la sconfitta di un calcio arcaico e prudente, remissivo e timoroso. Gli argentini scappano subito negli spogliatoi; l’unico a scambiare la maglia con un camerunese, Milla, è Maradona. Una partita frustrante per “El Diez”: represso, calpestato, odiato, deriso, frustrato, picchiato. Dopo il controllo antidoping, Diego si presenta in conferenza stampa e ironizza con sarcasmo: «Sono contento: grazie a me, gli italiani di Milano hanno smesso di essere razzisti e oggi, per la prima volta, hanno sostenuto gli africani…». Più drammatico Bilardo: «Il giorno più buio della mia carriera».
Tratto dal libro Clamoroso ai Mondiali, scritto da Matteo Bruschetta, con prefazione di Giuseppe Pastore. Un libro acquistabile su Amazon a questo link.
È uno dei risultati più sorprendenti nella storia della Coppa del Mondo. Per il Camerun rappresenta l’avvio della cavalcata che lo porterà fino ai quarti di finale, chiusa al San Paolo contro l’Inghilterra. Mentre per l’Argentina, invece, è l’inizio di un cammino tormentato che, contro ogni logica, si concluderà soltanto nella finale di Roma.
Per Maradona, poi, Italia ’90 diventerà qualcosa di ancora più intricato. Il suo Mondiale non avrà la brillantezza di quello messicano, complice una condizione fisica tutt’altro che ideale. Il libro ripercorre quei giorni con ricchezza di dettagli: dai fischi all’inno argentino a Milano, Torino, Firenze e Roma, fino al rispetto quasi religioso di Napoli nel girone eliminatorio e nella celebre semifinale vinta contro l’Italia.
È forse qui che risiede la forza delle grandi sorprese raccontate in Clamoroso ai Mondiali: il risultato resta negli almanacchi, ma ciò che accade attorno continua a generare storie. E quella del Camerun del 1990 non è soltanto la favola di undici africani capaci di battere i campioni del mondo. È anche la vicenda di un sovrano argentino che aveva conquistato Napoli e che, proprio durante quel Mondiale, avrebbe scoperto quanto fosse difficile appartenere allo stesso tempo a una città, a una nazionale e al mondo intero.
FINE
