PUNTATA 2 – «I tipi grossi come te mi piacciono, perché quando cascano fanno tanto rumore», diceva Tuco ne Il buono, il brutto, il cattivo. Di cadute rumorose ne racconta parecchie Clamoroso ai Mondiali, libro di 375 pagine, scritto da Matteo Bruschetta, con prefazione di Giuseppe Pastore. Un libro acquistabile su Amazon a questo link, dedicato a piccole nazionali che sconfissero le grandi del calcio nel palcoscenico più prestigioso.
Uno dei capitoli più avvincenti è dedicato alla partita inaugurale di Italia ’90. L’8 giugno, a San Siro, l’Argentina campione del mondo viene battuta 1-0 dal Camerun. È il giorno in cui i Leoni Indomabili irrompono nella storia del calcio, ma è anche l’inizio di un Mondiale nel quale il rapporto tra Maradona, Napoli e il resto d’Italia diventerà uno dei grandi racconti del torneo. Essere Partenopei vi racconterà la storia della sfida tra il Camerun e l’Argentina di Diego Maradona con stralci originali tratti dal libro.
In Italia la febbre mondiale era alta da mesi. Negli anni Ottanta la Serie A era piena zeppa di fuoriclasse italiani e internazionali, con stadi pieni ogni santa domenica. Nella stagione 1989-90, mentre il Napoli vinceva lo Scudetto,le italiane dominarono in Europa: il Milan vinse la Coppa dei Campioni, la Sampdoria la Coppa delle Coppe e la Juventus la Coppa UEFA, battendo in finale la Fiorentina. Il Bel Paese si presentò così ai Mondiali di casa con il prestigio di un torneo nazionale sulla cresta dell’onda.
La FIGC fece domanda per ospitare la quattordicesima edizione del Campionato del Mondo, sull’onda lunga della vittoria di Spagna ’82. Il 19 maggio 1984, a Zurigo, la candidatura italiana venne preferita a quella dell’Unione Sovietica con una preferenza netta: 11 voti contro 5. Per l’Italia era la seconda volta, dopo la precedente esperienza del lontano 1934. Tra i grandi promotori della candidatura ci fu Artemio Franchi, per anni presidente della FIGC e a quei tempi numero uno dell’UEFA. Il dirigente toscano non vide purtroppo realizzato il suo sogno: morì in un tragico incidente stradale sulla Via Lauretana Antica il 12 agosto 1983.
Nell’estate 1990 l’Italia era una terra positiva e ottimista, reduce dai gagliardi anni Ottanta, in cui figurava tra le prime cinque potenze economiche del mondo occidentale. Ne era una rappresentazione fedele Milano, capitale economica dello Stivale, città laboriosa ma anche mondana e divertente. Era la “Milano da bere”, celebre espressione di una pubblicità dell’Amaro Ramazzotti divenuta simbolo di un’epoca. Uno spot iconico che raccontava la città meneghina: il Duomo, la metro, gli uffici, i cantieri, un’emancipata donna in carriera che, alla fine di un pranzo di lavoro, pagava con la carta di credito. Una Milano rampante, prima che Tangentopoli spegnesse le luci del bancone.
Anche sul piano calcistico la metropoli viveva un momento d’oro: il Milan di Sacchi dominava in Europa con due Coppe dei Campioni consecutive, mentre l’Inter del Trap aveva conquistato lo scudetto dei record nel 1989. Quasi naturale, dunque, che la cerimonia di inaugurazione dei Mondiali avesse luogo allo Stadio Giuseppe Meazza, in San Siro. Come in Spagna nel 1982, con apertura a Barcellona e chiusura a Madrid, anche l’Italia scelse di assegnare a due città diverse prima e ultima partita. Si alzava il sipario a Milano e lo si calava a Roma.
Per rispettare le norme FIFA, tra il 1987 e il 1990 San Siro fu sottoposto a una profonda ristrutturazione, con la costruzione del terzo anello. La nuova gradinata poggiava su undici pilastri cilindrici, che fungevano anche da scale esterne; i quattro angolari sostenevano la copertura in acciaio e plexiglass, rendendo lo stadio un autentico simbolo architettonico del calcio mondiale. Il Meazza rinnovato, con una capienza di 85.700 posti, fu inaugurato il 25 aprile 1990 con la finale di Coppa Italia Milan-Juventus, vinta 1-0 dai bianconeri con gol di Roberto Galia.
Una partita disputata su un campo di patate. Il Meazza era un capolavoro architettonico, peccato per il terreno di gioco. Chi effettuò i sopralluoghi alla vigilia di ArgentinaCamerun notò subito che il manto erboso era troppo morbido e che le zolle si staccavano con facilità. La cerimonia di inaugurazione, con decine di piedi destinati a calpestare il prato, non avrebbe aiutato. Una metafora perfetta dell’Italia del 1990: scintillante, moderna, pieno di fiducia; poi, dietro la grande architettura, l’erba si sfarina e le crepe si aprono sotto i piedi.
Una Milano agghindata a festa arriva all’appuntamento tanto atteso lavata dalla pioggia: gli scrosci del mattino hanno ripulito l’aria fino al primo pomeriggio, restituendo alla città un azzurro limpido. Al centro del prato, ventiquattro sfere colorate con le bandiere delle nazionali partecipanti disegnano una scenografia circolare, dominata da un gigantesco pallone fiorito pronto a sollevarsi.
A dare il via a una cerimonia ecologica e floreale sono le note della canzone ufficiale dei Mondiali, composta dal genio musicale di Giovanni Giorgio — but everybody calls me Giorgio — Moroder. Parte Edoardo Bennato, poi entra Gianna Nannini. Un’estate italiana, per tutti Notti magiche, è già un tormentone, una canzone generazionale, l’ultimo 45 giri capace di spaccare davvero nel mercato discografico della penisola.
Mentre la strana coppia canta, duecento ginnaste, strette in body coloratissimi, portano sul campo le bandiere delle ventiquattro nazioni con movimenti leggeri e vitali. Poi, in una passerella, sfilano le modelle, introducendo l’eleganza con una forza simbolica precisa: le rosse donne di Valentino incarnano le Americhe; l’Africa di Missoni è avvolta in coperte multicolori, scure e vibranti come un ritmo di tam-tam; l’Asia di Mila Schön è gialla, quasi spruzzata d’oro, esotica e sensuale; l’Europa di Ferré è verde e prosperosa, segno di speranza. È un ricamo di grazia che sfila sul campo. Moda e cromie si intrecciano con le coreografie, trasformando l’apertura del Mondiale in un grande spettacolo visivo che celebra il Made in Italy davanti al pubblico internazionale.
La musica accompagna e modella il portamento. Gli altoparlanti diffondono le note di We Are the World e Pata Pata, All You Need Is Love e Inno alla gioia. Nell’aria frizzante si respirano gioia, fratellanza, amore. Poi arriva la sorpresa: il gigantesco pallone fiorito prende il volo, mentre sul campo si schiudono enormi margherite e dal loro cuore si liberano centinaia di palloncini multicolori. È una cascata verso l’alto, un’esplosione che riempie il cielo di San Siro in una giostra di colori. L’orchestra del Teatro alla Scala, diretta da Riccardo Muti, chiude la cerimonia con il Va’, pensiero di Giuseppe Verdi.
Su Rai Uno Bruno Pizzul segue tutto senza proferir verbo, lasciando ai telespettatori italiani il gusto dell’immaginazione. «Breve, semplice e suggestiva», definisce la cerimonia diretta dallo scenografo Pietro Zuffi. Davanti alla bellezza, il tifo si trasforma: nasce spontanea la ola, che attraversa San Siro come un gorgo gioioso. Le bandiere tricolori si alzano ed esplode prepotente l’urlo: «Italia! Italia!». All’improvviso, senza preavviso, si sente un pim, pam, pum: i bonghi africani e i tamburi argentini.
Rispetto a quanto previsto dalla scaletta, manca solo il discorso del capo della FIGC, Antonio Matarrese da Andria, figlio dell’imprenditore edile Salvatore. Tonino è parecchio incacchiato per non avere potuto prendere il microfono. Non parla nemmeno il capo della FIFA, Jean-Marie Faustin Godefroid de Havelange, figlio di Faustin, ingegnere minerario belga, riciclatosi commerciante d’armi a Rio de Janeiro. Per tutti è “João”, tranne per Maradona, che lo apostrofa “vende armas”.
Per la prima volta nessuno dichiara aperto il Mondiale di calcio né si riempie la bocca con discorsi pieni di retorica e frasi fatte, risparmiando un quarto d’ora di tedio al pubblico. La ciliegina sulla torta di una cerimonia ben riuscita.
La tribuna autorità è un parterre de roi, dove abbondano sorrisi di facciata e strette di mano. C’è il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a fare gli onori di casa ai colleghi Carlos Menem e Paul Biya. C’è il presidente del Consiglio, Giulio Andreotti. C’è il presidente del Senato, Giovanni Spadolini. C’è Bettino Craxi, leader del Partito Socialista Italiano. C’è il “Poltronissimo” Franco Carraro, sindaco di Roma. C’è Silvio Berlusconi, tra le altre cose presidente del Milan. C’è Massimo Moratti, tra le altre cose figlio dell’ex presidente dell’Inter, Angelo. C’è Cesare Romiti, amministratore delegato della FIAT, ma non c’è Gianni Agnelli. C’è Luca Cordero di Montezemolo, direttore generale del Comitato Organizzatore di Italia ’90. C’è Gianni Bugno, fresco vincitore del Giro d’Italia. Ci sono tanti signori del calcio, da Pelé a Enzo Bearzot.
E ci sono oltre settantatremila spettatori che hanno pagato profumatamente il biglietto d’ingresso. In virtù di ciò, molti si sentono in diritto di accogliere con fischi e buu di disapprovazione Diego Maradona e compagni.
Tratto dal libro Clamoroso ai Mondiali, scritto da Matteo Bruschetta, con prefazione di Giuseppe Pastore. Un libro acquistabile su Amazon a questo link.
FINE PUNTATA 2
