La luce dorata e limpida delle cinque del pomeriggio bagnava Fuorigrotta, regalando a Napoli una di quelle giornate d’autunno che sembrano spuntate da una cartolina.
Mancava solo un’ora al fischio d’inizio delle 18:00, quando il Maradona avrebbe riaperto i cancelli per il big match contro la Roma. Ma rispetto alla cappa pesante e opprimente di pochi giorni prima, stasera nell’aria si respirava un’energia del tutto diversa.
Non era solo l’eco ancora viva della prima vittoria europea, era proprio il ritmo della città che aveva ripreso a scorrere.
Nel bar a due passi dallo stadio, il bancone lavorava a pieno ritmo tra il tintinnio ininterrotto dei piattini e il vapore profumato delle macchine dell’espresso.
Don Pasquale era insediato al suo angolo d’ordinanza.
La giacca di lana scura sbottonata sul davanti, la solita coppola di panno morbido poggiata con cura sulla sedia accanto e il taccuino a quadretti già aperto sul tavolino di legno.
Il vecchio non guardava l’orologio; con la lentezza solenne di chi sa godersi ogni singolo istante della vita, puliva gli occhiali da lettura con un lembo della camicia, osservando la folla che fuori dal vetro andava ad ammassarsi verso i tornelli.
Quando la porta si spalancò, Gianni entrò con un passo del tutto nuovo.
Non c’era più la frenesia scomposta dei primi tempi, né quell’ombra di stanchezza incupita che gli piegava le spalle la sera della Champions.
Il ragazzo indossava un maglione leggero, i capelli ordinati e sul volto un’espressione distesa, quasi orgogliosa. Aveva la sicurezza di chi sta imparando a stare al mondo con la testa alta, diviso tra il dovere del lavoro e la dolcezza del suo nuovo amore.
«Don Pasquà! Buonasera!» esclamò Gianni, sfilandosi la giacca e raggiungendo il tavolo con un sorriso aperto. «Oggi si respira tutta un’altra aria, eh? In mezzo alla strada sembra che la gente abbia ripreso a sorridere.»
Don Pasquale sollevò lo sguardo, sistemandosi gli occhiali sul naso con un gesto lento prima di fare un cenno d’approvazione con la testa.
«Accomodati, guagliò», esordì il vecchio con la sua solita voce calda e profonda. Picchiettò le nocche sul legno. «E ci credo che si respira… quando le cose ritornano al posto loro, pure il pallone riacquista la grazia sua.»
«Ma davvero, Don Pasquà!» rispose Gianni, appoggiando le mani sul tavolo e sporgendosi leggermente.
«Non avete idea di che sollievo sia stato al supermercato. Ora che lo sciopero dei tir è finalmente rientrato e i camion hanno ricominciato a viaggiare, i magazzini si stanno riempiendo di nuovo.
Ieri mattina quando sono arrivati i primi bancali di merce fresca, tra noi colleghi ci siamo guardati e abbiamo tirato un sospiro di sollievo pazzesco. La gente non è più ciecamente spaventata come settimana scorsa, non ci sta più quella corsa rabbiosa all’ultima scatola di pasta.
Il caro benzina pesa sempre, per carità, ma almeno si lavora con dignità e senza quell’ansia che ti mangia lo stomaco.»
Don Pasquale lo ascoltò in silenzio, annuendo piano.
Un sorriso sottile gli curvò i folti baffi brizzolati, lasciando trapelare una punta di orgoglio paterno per quel ragazzo che vedeva crescere giorno dopo giorno.
«’A dignità del lavoro è ‘na cosa santa, Gianni,» disse il vecchio abbassando il tono di voce.
«Quando vedi gli scaffali vuoti e la gente preoccupata, ti rendi conto di quanto siamo fragili.
La vita vera è questa qua: la spesa, il pane portato a casa con il sudore della fronte e la tranquillità di poter guardare al domani senza la paura di restare a secco. Poi…» il vecchio fece una breve pausa, lanciando un’occhiata d’intesa al televisore appeso sopra il bancone, «poi viene il pallone. Che stasera ci serve per coronare questa settimana dove tutto è tornato a girare per il verso giusto.»
Gianni sorrise, incrociando le dita: «Eh sì! Quella vittoria contro il Bodø ci voleva proprio per sbloccarci la testa. Stasera però arriva la Roma di Gasperini e non sarà una passeggiata. Loro stanno in forma, ma noi giochiamo a casa, davanti a sessantamila persone che hanno di nuovo voglia di cantare!»
«E allora mettiamoci comodi, guagliò,» concluse Don Pasquale, impugnando la sua fidata penna a sfera sopra la prima pagina bianca del taccuino.
«Chiamiamo il barista, che il fischio d’inizio sta per arrivare.»
«Don Pasquà… io non ci sto capendo più niente!» sbottò Gianni alzando la voce, scuotendo la testa con gli occhi lucidi d’indignazione.
«Ma si può essere così masochisti?! Avevamo la partita in tasca, la vittoria in pugno, e siamo riusciti a buttare tutto nel cesso per due amnesie difensive!
Non è possibile! Io non ce la faccio più a fare le montagne russe con questa squadra!»
Don Pasquale rimase in silenzio per qualche istante, lasciando che il ragazzo sfogasse tutta la rabbia. Poi sollevò lentamente lo sguardo, aggiustandosi gli occhiali sul naso con un movimento rigido e tagliente.
«Fai bene ad avere il sangue amaro!» esordì il vecchio con voce roca e ferma, battendo un pugno leggero ma secco sul tavolo.
«Quello che abbiamo visto stasera al Maradona non è una partita di calcio, è un insulto alla pazienza della gente! Tu non puoi fare un primo tempo con la bava alla bocca, trovare la rovesciata di Anguissa, la doppietta da leader vero di McTominay, e poi nel secondo tempo spegnere l’interruttore del cervello come se fossimo a una gita fuori porta!
Regalare metri, concedere spazi a Soulè e farsi rimontare da una Roma messa lì a metà servizio… questa è una questione di testa, di carattere!
La maglia del Napoli non si calpesta con le distrazioni!
E mi fa arrabbiare ancora di più perché la squadra aveva dimostrato di poterla vincere, e invece ci ritroviamo con un pugno di mosche e un amaro in bocca che non va via nemmeno con l’acqua fresca!»
Gianni annuì freneticamente, trovando nello sfogo del vecchio lo specchio esatto della sua delusione.
«Ma infatti, Don Pasquà! È quello che dico io!
Poi ci si mette pure l’arbitro Colombo con una gestione dei cartellini a senso unico che fa innervosire ancora di più, e l’ennesimo infortunio muscolare di Badiashile che ci lascia in emergenza dietro.
Non è possibile sputare sangue per novanta minuti e poi buttare tutto all’aria. E vogliamo parlare della Curva B? Vietare la coreografia con quello striscione che diceva “Napoli è della gente” è una caduta di stile inaccettabile che mortifica chi vive di questa passione! Ci tolgono pure la voce!»
Don Pasquale inspirò a fondo, cercando di rimettere ordine in quel caos di emozioni, sebbene il fuoco della rabbia continuasse ad ardere sotto i suoi baffi brizzolati. Prese la penna e la sbatté con decisione sul taccuino aperto.
«E allora basta parole, guagliò.
Mettiamo nero su bianco e facciamo ‘sto bilancio, perché qua bisogna svegliarsi una volta per tutte.»
La partita contro la Roma si chiude con un pareggio pirotecnico per 3-3 che brucia maledettamente, lasciando l’amaro in bocca a tutto il Maradona.
Il Napoli si fa riprendere dopo essere stato in vantaggio, buttando via una vittoria che sembrava in tasca a causa di disattenzioni difensive imperdonabili e di una gestione scellerata del finale.
«Tra i Top, Don Pasquà? Chi si salva dopo sto scempio?»
«Nei Top ci metto senza dubbio McTominay: una prestazione mostruosa, doppietta da leader vero e un cuore grande così.
E metto pure Anguissa: a parte la rovesciata capolavoro che ha sbloccato la gara, ha lottato come un leone nonostante i problemi alla schiena.
E poi un plauso a Rafa Marín, l’unico dietro a metterci la faccia e il carattere dal primo all’ultimo minuto.»
«E i Flop? Quelli abbondano sicuro…»
«I Flop sono una mazzata,» taglia corto il vecchio segnando il foglio con linee furiose.
«Il primo va alla fragilità mentale di tutta la squadra: non puoi passare dall’avere la vittoria in tasca a subire tre gol per palesi amnesie collettive.
Poi il reparto difensivo nel secondo tempo, con Beukema troppo molle e lento in occasione del gol di Soulè.
E fuori dal campo, un Flop grosso come una casa va a chi ha deciso di vietare la coreografia in Curva B: censurare la voce della gente e uno striscione che diceva “Napoli è della gente” è una caduta di stile inaccettabile che mortifica chi vive di questa passione.»
Don Pasquale afferra il dosatore di vetro al centro del tavolo.
Questa volta versa appena mezzo cucchiaino di zucchero, lasciandolo cadere a pioggia con gesti misurati e severi.
«Un poco ‘e dolce c’è, ma resta quel retrogusto che non ti sazia,» mormora il vecchio guardando il fondo della tazzina con gli occhi socchiusi.
«È il caffè del “potevamo e non abbiamo fatto”. Niente veleno, ma manco una festa. Mandiamo giù e pensiamo alla prossima.»
Gianni afferra la tazzina, beve il suo sorso amaro in silenzio, lasciando che il sapore forte scenda giù bruciando un po’ la gola.
Don Pasquale chiude il suo taccuino a quadretti, infila la penna nel taschino della giacca e dà una risistemata alla coppola.
Fuori dalla vetrata la strada continua a scorrere, ma dentro questo bar il verdetto è tratto.
L’appuntamento è fissato, come sempre, al prossimo 90′.






